Questo editoriale nasce da una personale riflessione sull’assurdo sacheggio della dimensione spirituale al quale stiamo assistendo orami da tempo nel discorso pubblico contemporaneo. Tra derive messianiche strumentali, che giungono a sovrapporre entità politiche alla figura di Cristo, e una retorica mediatica che riduce la complessità geopolitica mediorientale alla consolatoria dicotomia del “mostro esterno da distruggere”, la teologia viene degradata a mero dispositivo bellico. Questo scritto intende dunque sottrarre il concetto di divino alla narrazione predatoria della cronaca, tornando alla radice antropologica del “nemico” per svelare come l’esternalizzazione del male rappresenti, in realtà, la più antica delle fughe dalla responsabilità individuale.
L’invocazione come alibi. Il nodo del conflitto esternalizzato
Esiste un momento di frizione etica profonda quando l’uomo contemporaneo si imbatte nella «violenza» plastica dei testi sapienziali. Il Salmo 3, con la sua richiesta a Dio di «colpire sulla guancia» i nemici e «spezzare i denti» ai malvagi, non è solo una testimonianza di un’epoca bellicosa; è il riflesso di un dispositivo psicologico ancora operante, che vede la delega della risoluzione del conflitto a un’istanza esterna.
Tuttavia, il nodo reale non risiede nella crudeltà della metafora, ma nella funzione che assolve. Invocare il colpo divino contro l’avversario significa, spesso, interrompere l’analisi delle cause che hanno generato quell’ostilità. È il paradosso di una spiritualità che, invece di farsi strumento di elevazione, si trasforma in un meccanismo di auto-assoluzione, dove il «nemico» diventa il catalizzatore di un vittimismo che preclude ogni ridefinizione della propria libertà morale.
La frattura del testo: tra adattamento e regressione
Un’analisi attenta della struttura del Salmo rivela una contraddizione interna folgorante, quasi un fallimento del processo di maturazione del soggetto. Nei versetti 6 e 7, assistiamo a un vertice di autonomia ontologica: «Io mi corico, mi addormento e mi risveglio: il Signore mi sostiene. Non temo popolazioni a migliaia che intorno a me si sono accampate». Qui il salmista descrive una condizione di pace assoluta — il sonno profondo — nel bel mezzo dell’assedio. È la perfetta traduzione dell’atarassia stoica: il riconoscimento che la propria integrità non è intaccata dalla presenza fisica della minaccia.
Tuttavia, nel versetto 8, questa architettura sembra incrinarsi. Il soggetto passa dalla calma del risveglio all’invocazione per la distruzione dell’altro: «Sorgi, Signore! Salvami… Tu hai colpito alla guancia tutti i miei nemici». Al di là delle successive stratificazioni teologiche che hanno tentato di allegorizzare tale violenza — trasfigurando il «colpo sulla guancia» nel potere ammutolente della Verità o di una grazia che disarma — resta intatta la nudità della dinamica originaria. Perché la pace dei versetti precedenti non basta più? Perché il soggetto, pur avendo trovato la forza di dormire tra i nemici, sente il bisogno di vederli sconfitti per sancire la propria salvezza? Questa è la reale questione critica: il momento in cui la libertà interiore, appena conquistata, cerca ancora una convalida nella punizione del mondo esterno.
La dicotomia del controllo. Una revisione in chiave stoica
Se si mette in tensione il testo con la «dicotomia del controllo» di Epitteto, emerge l’implicito culturale più chiaro: l’idea che la nostra salvezza sia incompleta finché l’esterno non viene piegato. Se il salmista ha bisogno che Dio spezzi i denti al malvagio, egli sta riconsegnando all’altro il potere di definire il proprio benessere.
In un’ottica di gestione di sistemi complessi — siano essi spirituali, sociali o professionali — questo si traduce in una gestione fallace del rischio. Definire l’altro come un aggressore da abbattere permette di evitare quella «riserva personale» che è, invece, il fulcro del miglioramento dell’individuo. La vera libertà morale non si ottiene chiedendo il consenso o la punizione di chi non ci comprende, ma restando nel versetto 7: fermi, lucidi e in pace nonostante l’assedio.
La preghiera come analisi d’impatto sociale
Spostando lo sguardo oltre il dato immediato, possiamo far emergere una proposta di inversione del senso della preghiera che ne trasfigura radicalmente la natura. Se eliminiamo dalla preghiera la richiesta di un intervento magico o punitivo, ciò che resta è la forma più alta di esercizio etico: il dialogo con il divino inteso come spazio di ottimizzazione preventiva della propria condotta.
In questa prospettiva, non si prega più affinché la divinità alteri la volontà dell’altro o modifichi gli eventi esterni a nostro favore. Si abita, piuttosto, quel silenzio riflessivo per compiere una vera e propria analisi predittiva delle conseguenze delle proprie azioni ancora in fieri**, chiedendo** semmai al divino la sapienza per valutare correttamente l’impatto delle proprie decisioni sull’altro, prima che diventino fatti irrevocabili.
Si tratta di un atto di responsabilità radicale che mira a sviluppare la capacità di rispettare la libertà altrui, riconoscendo nell’opposizione un dato di realtà e non un nemico da abbattere attraverso una scorciatoia metafisica. In tale quadro, l’invocazione «sia fatta la tua volontà» cessa di essere una formula di rassegnazione passiva per diventare il punto di sincronizzazione tra la nostra volontà individuale e la verità oggettiva dei fatti. Definisce il limite naturale e sistemico entro cui l’agire umano può esercitare la sua sovranità, trasformando la preghiera in un rigoroso esercizio di allineamento al Logos, dove il successo non è misurato dalla sottomissione del mondo ai nostri desideri, ma dalla coerenza della nostra architettura interiore rispetto alla realtà.
La posta in gioco è la maturità
La transizione dal Salmo 3:8 a una spiritualità della responsabilità segna il passaggio dall’infanzia dell’uomo, che cerca protezione attraverso la violenza delegata, alla maturità dell’individuo che accetta la complessità del reale. E la posta in gioco, in tale ottica, è la nostra concezione di libertà interiore.
Se leggiamo il conflitto come una minaccia che richiede un intervento esterno per essere sventata [oppure neutralizzata], resteremo sempre vulnerabili. Se invece intendiamo la spiritualità come lo strumento atto ad affinare la nostra capacità di giudizio, il «nemico» perde la sua carica distruttiva. Il vero miracolo, dunque, non si compie nel dente spezzato dell’avversario, ma nella nostra capacità di restare integri e lucidi nel bel mezzo della tempesta descritta al versetto 6; possiamo sì impugnare la bussola della nostra fede, ma nella piena consapevolezza che l’unica e invincibile difesa risiede sempre, in ultima istanza, nella qualità del nostro agire.
