La Spina nel Fianco

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Mianyang, la fusione laser cinese e il nuovo confine del potere tecnologico

Il grande impianto in costruzione nel Sichuan mostra come la frontiera della fusione non sia più soltanto una promessa energetica. Ricerca scientifica, simulazione estrema, deterrenza nucleare e competizione tra potenze si muovono ormai nello stesso spazio strategico.

Mianyang, la fusione laser cinese e il nuovo confine del potere tecnologico

La notizia trapelata in questi giorni del ‘sole artificiale’ cinese cattura l’attenzione, ma non esaurisce certo la complessità di un fenomeno la cui definizione, sebbene efficace sul piano mediatico, ne semplifica eccessivamente senso, significato e scopo.

Secondo un’inchiesta Reuters basata su immagini satellitari e analisi di esperti indipendenti, la Cina starebbe costruendo nei pressi di Mianyang, nel Sichuan, una grande infrastruttura dedicata alla fusione laser. La struttura, nota come Laser Fusion Major Device Laboratory, avrebbe quattro bracci destinati ai laser e una baia sperimentale centrale. La camera centrale, secondo le stime citate dall’agenzia, sarebbe circa il 50 per cento più grande di quella del National Ignition Facility statunitense, il noto impianto occidentale di fusione a confinamento inerziale.

La questione non è stabilire se la Cina sia “ad un passo” dall’energia da fusione. Non ci sono certo gli elementi per dirlo. Il punto è bensì un altro: un’infrastruttura di questa scala segnala che Pechino sta investendo in una tecnologia collocata al crocevia tra energia, ricerca fisica avanzata, competizione industriale e capacità di simulazione rilevanti per la deterrenza nucleare. Parlare quindi solo di energia pulita sarebbe riduttivo; come parlare solo di minaccia militare sarebbe improprio. Il caso Mianyang invece va letto nella sua ambivalenza. Un ambivalenza che questo articolo si pone di chiarire.

Non solo energia

La fusione nucleare viene spesso raccontata come la tecnologia capace, un giorno, di fornire energia abbondante, pulita e potenzialmente quasi inesauribile. Il principio fisico è noto. A differenza della fissione, che libera energia spezzando nuclei pesanti, la fusione punta a unire nuclei leggeri, come gli isotopi dell’idrogeno, generando energia. È il processo che alimenta il Sole e le stelle.

Riprodurlo sulla Terra in modo controllato, stabile, ripetibile, efficiente e industrialmente utilizzabile resta però una delle sfide più difficili della scienza contemporanea. La distanza tra un esperimento riuscito e una centrale elettrica commerciale è ancora enorme. Servono materiali capaci di resistere a condizioni estreme, sistemi di confinamento affidabili, cicli sperimentali ripetibili, efficienza energetica complessiva, manutenzione sostenibile, gestione dei neutroni, integrazione con la rete elettrica e costi compatibili con un uso industriale.

Per questo, il caso Mianyang non deve essere interpretato come prova dell’arrivo imminente della fusione commerciale. Deve essere letto come un investimento statale in una piattaforma di conoscenza. Gli Stati che ambiscono a occupare posizioni decisive nelle tecnologie del futuro non attendono che una tecnologia sia matura per presidiarla. Investono prima. Costruiscono infrastrutture, formano comunità scientifiche, accumulano dati, sviluppano filiere industriali e preparano capacità che potranno essere valorizzate quando la tecnologia si avvicinerà all’impiego operativo.

Tokamak e fusione laser: due facce di due medaglie diverse

Una parte della confusione mediatica nasce dall’uso generico dell’espressione “sole artificiale”. In Cina questa formula viene spesso associata a EAST, l’Experimental Advanced Superconducting Tokamak, un dispositivo sperimentale situato a Hefei che utilizza campi magnetici per confinare plasma ad altissima temperatura. Nel gennaio 2025, secondo la Chinese Academy of Sciences, EAST ha mantenuto un plasma in regime di alto confinamento per 1.066 secondi, superando il precedente record di 403 secondi del 2023.

L’impianto di Mianyang appartiene invece a un’altra famiglia tecnologica. Le informazioni disponibili lo riconducono alla fusione a confinamento inerziale. In questo approccio, potenti laser vengono concentrati su un bersaglio contenente combustibile da fusione. Lo comprimono e lo riscaldano fino a creare per tempi brevissimi condizioni compatibili con la fusione nucleare. Non si tratta quindi di un tokamak. Non è una macchina che confina il plasma con campi magnetici per lunghi periodi. È un’infrastruttura laser pensata per esperimenti di altissima densità energetica.

La distinzione è essenziale. EAST e Mianyang condividono l’orizzonte della fusione, ma non la stessa architettura tecnica. Il primo appartiene alla strada della fusione magnetica. Il secondo, se le analisi disponibili saranno confermate, alla strada della fusione laser. Confonderli produce un racconto più spettacolare, ma meno utile. Per una lettura strategica, la differenza tecnica non è un dettaglio. Determina il tipo di esperimenti possibili, i dati prodotti, le filiere industriali coinvolte e le implicazioni di sicurezza.

Il precedente statunitense del National Ignition Facility

Il riferimento inevitabile è il National Ignition Facility (NIF) del Lawrence Livermore National Laboratory, in California. Il NIF è il più noto impianto occidentale di fusione a confinamento inerziale. Nel dicembre 2022 ha ottenuto l’ignizione da fusione in laboratorio, producendo più energia di quanta ne fosse stata fornita al bersaglio dai laser. Il laboratorio presenta quel risultato come una svolta scientifica rilevante sia per la prospettiva dell’energia pulita sia per il programma statunitense di stockpile stewardship.

Questo secondo aspetto è decisivo. La struttura californiana non è soltanto un banco di prova per l’energia del futuro. Viene descritta come una componente centrale della capacità statunitense di studiare condizioni estreme, simili a quelle che si verificano nelle stelle e nelle detonazioni nucleari. I suoi esperimenti contribuiscono alla comprensione della fisica delle armi e del comportamento dei materiali, permettendo la valutazione dell’arsenale atomico senza ricorrere a test esplosivi sotterranei.

Il caso americano mostra dunque perché la fusione laser abbia una natura strategica. Una struttura di questo tipo può alimentare la ricerca energetica, ma può anche produrre dati utili alla simulazione di fenomeni rilevanti per le armi termonucleari. Non perché sia automaticamente un impianto militare. Ma perché la fisica delle alte densità, la diagnostica avanzata, il calcolo ad alte prestazioni e gli esperimenti su materiali estremi appartengono a un dominio in cui ricerca civile e sicurezza nazionale non sono del tutto separabili.

Dual use non significa automaticamente militarizzazione

Il punto più delicato sollevato dal caso Mianyang è forse proprio quello di una tecnologia dual use in senso forte. Non perché possa essere convertita banalmente da civile a militare, ma perché lo stesso apparato sperimentale può alimentare più filiere di conoscenza. Da un lato, la ricerca sulla fusione e la possibilità futura di produrre energia. Dall’altro, la simulazione di condizioni fisiche rilevanti per la deterrenza nucleare.

Questo, però, non porta a conclusioni meccaniche. Il laboratorio di Mianyang non va descritto come una “fabbrica di bombe”: una simile formula sarebbe tecnicamente povera e analiticamente scorretta. Un’infrastruttura non rivela da sola una dottrina, non prova un’intenzione aggressiva immediata, non dimostra una svolta militare già compiuta.

Mostra però una priorità. La Cina sta costruendo capacità scientifiche e sperimentali che possono rafforzare contemporaneamente prestigio tecnologico, autonomia industriale, ricerca energetica e comprensione dei fenomeni nucleari estremi. In un contesto di competizione strategica tra grandi potenze, questo tipo di accumulo non è neutro. Non va drammatizzato, ma nemmeno trattato come un semplice progresso scientifico scollegato dal potere.

Il quadro normativo. Il trattato CTBT e lo spostamento della competizione

Il Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty vieta le esplosioni nucleari, per scopi militari o pacifici, in ogni ambiente. La CTBTO, l’organizzazione incaricata di preparare e sostenere il regime internazionale di verifica del CTBT, ne sintetizza invece la portata descrivendola come un divieto assoluto, valido per chiunque e ovunque: sopra la superficie terrestre, sott’acqua e sottoterra.

La formulazione giuridica richiede però una precisazione. Il trattato non è ancora entrato in vigore. Per farlo deve essere ratificato da tutti i 44 Stati indicati nell’Annex 2. Tra i Paesi che mancano all’appello figurano anche Cina e Stati Uniti, mentre India, Pakistan e Corea del Nord non lo hanno mai firmato.

Questo non ne riduce il peso politico. L’intesa ha contribuito a consolidare una forte norma internazionale contro i test esplosivi e ha spinto parte della competizione verso altri ambienti tecnologici. Simulazioni, esperimenti non esplosivi, calcolo ad alte prestazioni, diagnostica avanzata, fisica delle alte densità e impianti laser diventano così strumenti sempre più rilevanti per sostenere la credibilità degli arsenali senza ricorrere a detonazioni nucleari.

La competizione, quindi, non scompare. Cambia sede. Si sposta dalla prova sul campo alla capacità di modellare, simulare, diagnosticare e riprodurre in laboratorio condizioni estreme. È in questo contesto che un grande impianto di fusione laser assume un significato strategico.

La Cina e l’accumulo di capacità nucleari

Mianyang va letto ed interpretato anche all’interno della più ampia strategia di posizionamento nucleare della Dragone. Secondo la Federation of American Scientists, nel Nuclear Notebook pubblicato nel marzo 2025 l’arsenale cinese è stimato in circa 600 testate, con la maggior parte in deposito e una quota molto più ridotta dispiegata.

Un’analisi FAS del 9 gennaio 2026 sul China Military Power Report 2025 del Dipartimento della Difesa statunitense segnala inoltre che lo stockpile nucleare cinese sarebbe rimasto nella fascia bassa delle 600 testate nel 2024, pur restando sulla traiettoria per superare le 1.000 testate entro il 2030. La stessa analisi sottolinea che Pechino non va considerata un pari nucleare degli Stati Uniti o della Russia, ma conferma comunque una dinamica di espansione e modernizzazione rilevante.

La cautela però è più che necessaria. Le stime sugli arsenali nucleari derivano da fonti aperte, analisi commerciali, valutazioni governative e inferenze su programmi militari opachi e non vanno quindi lette come numeri assoluti. Tuttavia, la direzione di Pechino appare chiara. La Cina non sta più operando soltanto dentro una deterrenza minima intesa in senso statico. Sta ampliando infrastrutture, vettori, capacità industriali e basi conoscitive.

In questa cornice, Mianyang non è solo una prova isolata di intenzione militare. È un indicatore di ambiente. Segnala che Pechino sta investendo in una classe di infrastrutture in grado di rafforzare la propria posizione nella fisica estrema, nella ricerca energetica e nella simulazione applicabile alla deterrenza. La differenza tra indicatore e diagnosi è importante. Un singolo segnale non basta a definire una dottrina. Ma un impianto di questa scala merita attenzione.

La dimensione energetica resta reale

La lettura strategica non deve cancellare la dimensione energetica. La fusione resta una delle frontiere tecnologiche più importanti del XXI secolo, anche se ancora lontana dalla maturità commerciale. La crescita dei consumi elettrici, la pressione della decarbonizzazione, l’elettrificazione dell’industria, l’espansione dei data center e l’aumento della domanda legata ai sistemi digitali avanzati spiegano l’interesse degli Stati per ogni tecnologia capace, in prospettiva, di generare energia abbondante e a basse emissioni.

Per la Cina, il tema è ancora più evidente. Pechino ha già costruito posizioni di forza in molte filiere della transizione energetica, dai pannelli solari alle batterie. Presidiare anche la frontiera della fusione significa investire nella futura generazione di tecnologie ad altissimo impatto energetico. Non importa che la maturità commerciale sia lontana. Per una potenza industriale, la fase decisiva inizia molto prima del mercato. Prende avvio quando si formano competenze, standard, componenti, laboratori, catene di fornitura e dipendenze tecnologiche.

Il rischio opposto sarebbe liquidare la dimensione energetica come semplice copertura retorica. Un simile approccio sarebbe un errore. Gli impianti di fusione laser possono avere una funzione strategica senza perdere rilevanza scientifica. Possono contribuire alla deterrenza senza cessare di essere infrastrutture di ricerca. Proprio questa sovrapposizione rende il caso Mianyang rilevante.

Evitando le speculazioni mediatiche

Il dibattito pubblico rischia di essere interpretato attraverso due letture speculari, entrambe deboli.

Da un lato, l’euforia energetica. In questa versione, l’impianto cinese di Mianyang diventerebbe la prova che Pechino sia vicina all’energia illimitata. È una narrazione suggestiva, ma tecnicamente fragile. La fusione commerciale richiede molto più di una camera sperimentale, di laser potenti e di esperimenti di successo. Richiede continuità operativa, efficienza complessiva, sostenibilità economica e un’ingegnerizzazione industriale su larga scala.

Dall’altro, l’allarme militare automatico. Qui, ogni infrastruttura di fusione laser viene immediatamente associata a una accelerazione della corsa agli armamenti. Anche questa lettura è una scorciatoia inevitabile, poiché un impianto del genere può produrre dati utili per la fisica delle armi senza essere riducibile a un programma militare. Può, al massimo, rafforzare i modelli di simulazione, senza rappresentare di per sé un cambiamento dottrinale.

La realtà è meno lineare e, in fondo, più rilevante. Mianyang non dimostra che la Cina abbia già vinto la corsa alla fusione. Non prova nemmeno che esista già una nuova postura nucleare definita. Evidenzia, però, come le infrastrutture scientifiche avanzate siano sempre meno separabili dalla competizione strategica. In questo senso, è un chiaro segnale di traiettoria.

Su cosa concentrarsi ora

La questione centrale, da qui in avanti, rimane quindi il monitoraggio dato che, per comprendere il reale significato dell’impianto di Mianyang, le immagini satellitari iniziali non saranno più sufficienti. Sarà invece necessario analizzare una serie articolata di indicatori tecnici, istituzionali e industriali.

Primo. Lo stato effettivo dei lavori e la data di entrata in funzione. Un’infrastruttura in costruzione non equivale a una capacità operativa.

Secondo. Le caratteristiche dei laser, la loro potenza, la configurazione sperimentale e il tipo di bersagli utilizzati. Questi elementi sono decisivi per distinguere tra ambizione scientifica, capacità sperimentale e rilevanza strategica.

Terzo. Le istituzioni coinvolte. Università, laboratori civili, enti militari, imprese specializzate e agenzie governative possono indicare il grado di integrazione tra ricerca, industria e sicurezza nazionale.

Quarto. Le pubblicazioni scientifiche, i brevetti, i programmi di reclutamento e le collaborazioni industriali. In tecnologie di questa complessità, il valore non risiede solo nell’impianto, ma nell’ecosistema che lo circonda.

Quinto. Il rapporto con la modernizzazione nucleare cinese. Non per dedurre automaticamente un uso militare, ma per capire se Mianyang si inserisca in una più ampia architettura di simulazione, diagnostica e fisica estrema.

Sesto. La distanza tra capacità dichiarate, capacità osservate e capacità operative. In questo settore, l’annuncio, la costruzione e il funzionamento reale non sono la stessa cosa.

Un’infrastruttura del potere contemporaneo

In conclusione, la notizia di Mianyang non va trattata come rivelazione improvvisa di un ‘segreto assoluto’. Le grandi infrastrutture lasciano tracce. Producono immagini satellitari, appalti, movimenti industriali, pubblicazioni, reclutamento scientifico e segnali istituzionali. La parte difficile quindi non è rilevarne la presenza, ma interpretarne correttamente il perimetro.

L’agenzia Reuters ha segnalato che le autorità cinesi non hanno fornito risposte sostanziali alle domande sulla struttura. Questa mancanza di chiarezza alimenta inevitabilmente letture strategiche, soprattutto perché Mianyang si trova in un’area associata a capacità scientifiche e militari sensibili.

Per noi della Spina nel Fianco, la rilevanza del caso sta esattamente qui. Mianyang non è una notizia da trattare con il linguaggio della meraviglia tecnologica. Non è nemmeno un pretesto per costruire un allarme non dimostrato. È un caso nel quale un’infrastruttura scientifica mostra come energia, deterrenza, industria, ricerca e potere statale si stiano intrecciando in modo strutturato.

Il “sole artificiale” quindi resta una metafora efficace solo se usata con prudenza. Evoca sì il sogno di una fonte energetica quasi inesauribile, ma illumina anche un’altra realtà. La capacità di riprodurre in laboratorio, anche per tempi brevissimi e in condizioni controllate, fenomeni simili a quelli che avvengono nelle stelle è una forma di potere. Non solo potere energetico. Potere scientifico, industriale, militare e politico.

Il tema, quindi, non è stabilire se la Cina abbia già vinto la corsa alla fusione. Come detto, non ci sono, allo stato, elementi sufficienti per sostenerlo. L’interrogativo più serio è un altro: che tipo di vantaggio accumula uno Stato quando costruisce infrastrutture capaci di servire, insieme, ricerca energetica, simulazione estrema, formazione scientifica, filiere industriali e modernizzazione strategica?

E la risposta non sta in un singolo laboratorio isolato. Sta invece nella capacità strutturata di trasformare laboratori, dati, scienziati, industria e visione politica in un’unica strategia tecnologica coerente. Mianyang, per ora, va letto così: non come punto di arrivo, ma come indicatore di una competizione che si sposta sempre più in profondità, dentro la materia, dentro l’energia, dentro le condizioni fisiche del potere contemporaneo.

Glossario

Annex 2: elenco di 44 Stati la cui ratifica è necessaria perché il CTBT entri in vigore. Alcuni di questi Stati non hanno ancora ratificato o firmato il trattato.

Arsenale nucleare: insieme delle testate nucleari e dei relativi sistemi di impiego posseduti da uno Stato.

Autonomia tecnologica: capacità di uno Stato o di un sistema industriale di sviluppare, produrre e controllare tecnologie strategiche senza dipendere in modo critico da altri attori.

Bersaglio da fusione: piccolo contenitore o capsula che contiene il combustibile nucleare, solitamente isotopi dell’idrogeno, usato negli esperimenti di fusione laser.

Calcolo ad alte prestazioni: uso di supercomputer e sistemi computazionali avanzati per simulare fenomeni fisici complessi, incluse reazioni nucleari, materiali estremi e dinamiche energetiche.

Camera sperimentale: spazio centrale di un impianto di fusione laser dove avvengono gli esperimenti. Al suo interno i laser convergono sul bersaglio da comprimere.

Capacità dichiarate: prestazioni o obiettivi comunicati ufficialmente da un ente, uno Stato o un laboratorio. Vanno distinti da ciò che è stato osservato o dimostrato.

Capacità operative: capacità realmente disponibili, funzionanti e impiegabili in modo affidabile. Sono più rilevanti delle semplici dichiarazioni o delle infrastrutture ancora in costruzione.

Capacità osservate: capacità dedotte da evidenze disponibili, come immagini satellitari, pubblicazioni, test o dati tecnici verificabili.

CTBT: Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty. Trattato che vieta le esplosioni nucleari in ogni ambiente, pur non essendo ancora entrato formalmente in vigore per mancanza di alcune ratifiche richieste.

CTBTO: organizzazione incaricata di preparare e sostenere il regime internazionale di verifica del CTBT. Monitora il rispetto del divieto di test nucleari attraverso una rete globale di rilevamento.

Data center: infrastrutture che ospitano server e sistemi digitali ad alta intensità energetica. La loro crescita, anche legata all’intelligenza artificiale, aumenta la domanda globale di elettricità.

Decarbonizzazione: processo di riduzione delle emissioni di carbonio nei sistemi energetici, industriali e produttivi. La fusione è considerata potenzialmente rilevante perché potrebbe generare energia a basse emissioni.

Deterrenza nucleare: strategia basata sulla capacità di dissuadere un avversario dall’attaccare grazie alla possibilità di una risposta nucleare credibile.

Diagnostica avanzata: insieme di strumenti e metodi usati per misurare con precisione fenomeni fisici estremamente rapidi o complessi, come quelli prodotti negli esperimenti di fusione laser.

Dual use: caratteristica di una tecnologia utilizzabile sia per scopi civili sia per scopi militari o di sicurezza. Nel caso della fusione laser, la stessa infrastruttura può servire alla ricerca energetica e alla simulazione di fenomeni rilevanti per la deterrenza nucleare.

EAST: Experimental Advanced Superconducting Tokamak. È il tokamak cinese spesso definito “sole artificiale” dai media. Non va confuso con l’impianto laser di Mianyang, che appartiene a una diversa famiglia tecnologica.

Esperimenti non esplosivi: esperimenti nucleari o fisici che non producono una detonazione nucleare. Possono comunque fornire dati utili per la comprensione dei materiali, delle reazioni e dei sistemi nucleari.

Filiere industriali: insieme coordinato di settori produttivi, fornitori, centri di ricerca e capacità manifatturiere che permettono a una tecnologia di svilupparsi e scalare.

Fisica delle alte densità di energia: settore della fisica che studia la materia sottoposta a condizioni estreme di pressione, temperatura e densità energetica. È rilevante sia per la fusione sia per la comprensione di fenomeni legati alle armi termonucleari.

Fissione nucleare: processo opposto alla fusione. Consiste nella divisione di nuclei atomici pesanti, con conseguente rilascio di energia. È la tecnologia alla base delle centrali nucleari tradizionali.

Fusione a confinamento inerziale: metodo di fusione in cui il combustibile viene compresso rapidamente da laser o altri impulsi energetici fino a raggiungere condizioni estreme di temperatura e pressione. La reazione avviene per tempi brevissimi.

Fusione laser: approccio alla fusione nucleare che utilizza laser di altissima potenza per comprimere e riscaldare un piccolo bersaglio contenente combustibile da fusione. È la tecnologia associata all’impianto di Mianyang e al National Ignition Facility statunitense.

Fusione magnetica: metodo di fusione che utilizza campi magnetici per confinare plasma ad altissima temperatura per periodi prolungati. È la strada seguita dai tokamak, come EAST in Cina o ITER in Francia.

Fusione nucleare: processo fisico in cui nuclei atomici leggeri si uniscono liberando energia. È il meccanismo che alimenta il Sole e le stelle, ma riprodurlo sulla Terra in modo controllato e industrialmente utilizzabile resta una sfida tecnologica aperta.

Ignizione da fusione: condizione in cui una reazione di fusione produce più energia di quella direttamente fornita al combustibile per innescarla. Non equivale però alla disponibilità di una centrale elettrica commerciale.

Indicatore di capacità: elemento osservabile che segnala l’accumulo o lo sviluppo di una possibile capacità strategica. Non equivale da solo a una prova definitiva di intenzione o impiego operativo.

Isotopi dell’idrogeno: varianti dell’idrogeno con diverso numero di neutroni. Deuterio e trizio sono tra i combustibili più studiati per la fusione nucleare.

Laser ad alta energia: laser capaci di concentrare enormi quantità di energia in impulsi molto brevi. Nella fusione a confinamento inerziale servono a comprimere e riscaldare il combustibile.

Mianyang: città del Sichuan, in Cina, dove sarebbe in costruzione una grande infrastruttura di ricerca sulla fusione laser. Il sito è rilevante anche per la sua associazione con capacità scientifiche e militari sensibili.

Modernizzazione nucleare: processo di aggiornamento di arsenali, vettori, infrastrutture, sistemi di comando, capacità di simulazione e conoscenze scientifiche legate alla deterrenza nucleare.

National Ignition Facility, NIF: grande impianto statunitense di fusione laser presso il Lawrence Livermore National Laboratory. È il riferimento principale per confrontare la possibile infrastruttura cinese di Mianyang.

Plasma: stato della materia composto da particelle cariche, come ioni ed elettroni. Nella fusione magnetica il plasma deve essere mantenuto a temperature elevatissime e confinato in modo stabile.

Plasma ad alto confinamento: condizione in cui il plasma mantiene energia e stabilità per un tempo significativo. È un parametro importante negli esperimenti di fusione magnetica.

Postura tecnologica: orientamento complessivo con cui uno Stato investe, organizza e integra ricerca, industria, infrastrutture e capacità strategiche.

Potere tecnologico: capacità di trasformare ricerca, infrastrutture, industria, capitale umano e controllo delle filiere in vantaggio strategico, economico e politico.

Simulazione estrema: uso di modelli, calcolo avanzato ed esperimenti controllati per riprodurre o studiare condizioni fisiche non facilmente osservabili direttamente, come quelle presenti nelle stelle o nelle detonazioni nucleari.

Stockpile stewardship: programma di mantenimento, valutazione e affidabilità dell’arsenale nucleare senza ricorrere a test esplosivi. Negli Stati Uniti il National Ignition Facility svolge un ruolo importante in questo ambito.

Supply chain: catena di fornitura composta da materiali, componenti, competenze, imprese e infrastrutture necessarie alla realizzazione di una tecnologia.

Tecnologia strategica: tecnologia che non produce solo innovazione tecnica o valore economico, ma incide su sicurezza, potere statale, sovranità, industria e competizione internazionale.

Test nucleare esplosivo: esplosione controllata di un ordigno nucleare a fini militari, scientifici o dimostrativi. È il tipo di test che il CTBT intende vietare in modo globale.

Tokamak: dispositivo sperimentale a forma toroidale che usa potenti campi magnetici per confinare il plasma. È una delle architetture più studiate per la fusione magnetica.

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